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IN MEMORIA DI IVAN BRUSCHI:
ROBERTO LONGHI E FERDINANDO BOLOGNA,
LE PREMESSE DEL SUPERAMENTO

Fondazione Giulia Sillato Verona

Per mettere bene in chiaro il mio ruolo nel mondo dell’arte, l’opportunità che mi offre questa Rassegna presso la Casa Museo Ivan Bruschi di Arezzo, è veramente imperdibile. Focalizzare la mia formazione e, con questa, dare motivazione concreta alla nuova lettura storico-critica del MetaFormismo© è operazione assolutamente necessaria e tale preziosa occasione mi si presenta con la storia della location in cui si celebra la 30 Edizione dell’evento itinerante L’Arte Contemporanea nelle antiche dimore©.

Nel saggio che precede la sequenza delle opere contemporanee, esposte in questo luogo, parlo del rapporto tra Ivan Bruschi e Roberto Longhi e di quest’ultimo descrivo brevemente i criteri operativi che lo hanno reso famoso nel mondo. Mi sono sempre qualificata come storico dell’arte di scuola longhiana, con ciò intendendo l’acquisizione dei fondamenti metodologici di Longhi attraverso la di lui discendenza nella persona di Ferdinando Bologna, che mi ha seguito sino alla fine in tutto il quadriennio universitario di Lettere Moderne e Filosofia alla Federico II di Napoli.

Lo spirito di ricerca, infatti, che ha spinto i personaggi citati sulla strada impervia della ricognizione storico-artistica, mi è stato trasmesso in toto, ma io ne ho fatto un uso del tutto diverso, forse più appropriato alla progressiva trasformazione degli scenari artistici sino all’epoca attuale dominata da tecnologia e processi di globalizzazione. Per nulla estranea allo spirito di connoiseurship, che mi rende capace di individuare aree e contesti a cui riferire qualsivoglia manufatto d’arte e d’artigianato, proprio come i miei mentori, ho pensato di trasferire queste impagabili acquisizioni e conoscenze all’eterogeneo mondo contemporaneo.

Nonostante fossi consapevole che il Prof. Bologna sarebbe stato molto amareggiato di questa mia scelta, quando nel 1999 mi trovai a L’Aquila in occasione della 7 Edizione di questo ciclo itinerante, gli telefonai per chiedergli se potevo salutarlo raggiungendolo nella sua casa di campagna nei dintorni del capoluogo abruzzese. Mi rispose che mi avrebbe vista volentieri, ma quando seppe che mi occupavo di arte contemporanea non riuscì a nascondere moti di disappunto e fece di tutto per rimandare l’incontro.

La scrivente proviene da un mondo che non ha mai smesso di disprezzare il prodotto artistico della contemporaneità e soprattutto l’arte non figurativa, giudicata illegittima rispetto ai modelli classici, luminosi, pieni e appariscenti che ancora oggi il mondo intero ci invidia. C’è sempre una storia pronta ad accogliere i cultori della figurazione, purchè abili e valenti, ma non c’è per il resto. Ed è proprio da questo disprezzo che ho deciso di muovermi in direzione di una rilettura di quelle che da molti sono ancora considerate le forme spurie e corrotte dell’arte.

È anche vero che questo estendersi del campo operativo della scrivente, e relative nuove applicazioni metodologiche, si devono in buona parte anche al collaudo critico-sperimentale compiuto nel corso di Critica d’Arte Contemporanea di Maurizio Calvesi a La Sapienza di Roma. D’altra parte lo stesso Ferdinando Bologna negli anni ottanta era alle prese con le espressioni artistiche conseguenti agli effetti socio-culturali della rivoluzione industriale, dimostrando così che il raggio dei suoi interessi si stava allargando di molto rispetto all’epoca in cui riscopriva i castelli trentini e di essi riusciva ad individuare scuole e modelli della “pittura delle origini”.

Le mie matrici formative, differenti tra loro, mi hanno consentito di andare oltre la condizione dell’esperto in senso stretto, come lo era Longhi, per toccare approdi che certi ambienti rifiuteranno, ma che fanno parte del nostro tempo. L’idea che tutti i popoli civili possano stringersi non solo in un unico sistema economico-produttivo, ma anche culturale e artistico si fa sempre più forte. Ricordiamoci che il Classicismo è un fenomeno prettamente italiano, inesauribile fonte di ispirazione per tutte le altre culture del pianeta, ma nella prospettiva di un mondo globalizzato è fatalmente esposto alla perdita della sua schematicità.

Perdere tratti essenziali della propria identità è un rischio che tutti corriamo e correremo sempre di più, andando verso modi d’espressione unificanti. Cosa, meglio dell’Astrattismo, può offrire un vocabolario così ricco di codici universali? È sufficiente analizzare i processi di disgregazione della forma, iniziati già con l’Impressionismo, che sostituì al disegno il colore e la luce, per comprendere come sia stato il Classicismo stesso a generare l’arte moderna e come questa, nel ruolo di legittima erede, abbia conservato lo spirito della forma, che si ripropone appunto sotto altre sembianze.

I segni, i colori, le campiture, le geometrie, che intessono un’opera d’arte contemporanea vengono rilette dal MetaFormismo© al fine di potere individuare le forme attraverso cui agisce il messaggio dell’artista. Il vocabolo di nuovo conio raccoglie in un un’unica espressione linguistica la varietà dei linguaggi artistici che tendono, tutti insieme, ad uniformarsi in un’unica visione universale fondata sulle capacità intuitive, il cui sviluppo è previsto nel futuro come fattore imprescindibile del pensiero umano.



Giulia Sillato, ottobre 2014©